Un ko con piccoli peccati originali

Il Napoli, ogni volta che sfiora la grandezza, sembra tradire il proprio destino. E, guarda caso, succede quasi sempre con la Juventus. Così è stato ieri nella partita più celebrata (alla vigilia), così è successo nelle sfide importanti che hanno costellato l’era De Laurentiis.  S’è rivelato un Napoli contratto, mai capace di imporre ritmo e alta velocità, era sempre in eterna attesa di una fessura, di uno spioncino che s’aprisse nel muro difensivo della Juventus. Tuttavia, al di la del gran numero di cross (inutili) e tiracci vari, l’evaporarsi di quei micidiali triangoli d’attacco – e qui si parla della catena di sinistra -, ha pesato e pesa da qualche partita. Quella catena è come se si fosse allentata e con essa la sfrontatezza del Napoli. Non è più l’incantevole Sarri band che fila via verso la porta avversaria portando scompiglio e palle gol.  Qual è la causa? E quale l’effetto? Innanzitutto l’assenza di Goulham, ormai perfetto ingranaggio della meccanica di gioco creata da Sarri. C’è, poi da considerare un altro aspetto: il Napoli è costretto a far di necessità virtù pure nelle altre soluzioni d’attacco. L’infortunio di Milik ha tolto alla squadra l’unica punta di ruolo e se Mertens (immenso in quello che ha fatto e fa da un anno a questa parte) è costretto a cantare e portare la croce, non esiste un’alternativa per sfondare con fisicità e centimetri il bunker che le squadre antagoniste scavano. Infine, le difficoltà di immergersi senza timori nei match clou, in quelli che devono cambiarti il cammino e segnarti per i traguardi di prestigio. Ed è così che il Napoli si sveste dei panni della squadra d’attacco e d’avventura, costretta com’è a reinventarsi daccapo. Così tutto ricade su Sarri, l’allenatore venuto fuori dal mondo di sotto e con la sola certezza della propria forte idea di calcio. Ci ha messo anni a costruire il suo gioco, ad affinarlo e imporlo.  Stagioni di pane duro in Serie C, che neppure queste annate di giusti meriti hanno scalfito. E proprio dal modo di essere del suo allenatore, il Napoli ricomincerà il cammino, perché nulla è perduto, se non una partita. Il suo bellissimo calcio è frutto di un’ossessione, quella dell’organizzazione curata al millimetro  da Sarri assieme a movimenti ripetuti all’infinito. Gli ossessionati stravolgono le regole e cambiano il campo in cui giocano, succede ovunque: in letteratura, in musica, nella pittura. Non ci può essere genio senza fissazione e tormento. Allegri, geniale da calciatore, come allenatore ha compiuto un percorso diverso. La sua gavetta è durata tanto di meno, è arrivato in Serie A a 41 anni, al Cagliari, ma di frodo, all’Udinese, aveva già assaggiato la A due stagioni prima, neppure quarantenne. Allegri non aveva ossessioni e ha sempre messo sullo stesso piano gioco e giocatori, organizzazione e tecnica. È stato (è) più duttile, più fluido, meno integralista. E negli ultimi anni (Milan e Juve) s’è fatto forte di un parco giocatori di ottimo livello. Il primo set ball è andato a lui, ce ne saranno altri. Sarri ha ancora molte palle da giocare, a patto che i suoi colpi siano accompagnati da qualche investimento calibrato e serio sul prossimo mercato.

Finalino su Higuain. Va considerato solo un giocatore avversario, inutili il rancore e le vigilie tormentate, ed i fischi e i cori quando il Napoli se lo ritrova di fronte. Così gli si da materia per caricarsi a molla e sensazioni giuste per ringalluzzirsi.  Allora non resta che perdonare i propri nemici. Niente li infastidisce di più.

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