Il tifo non è per tutti

Torniamo per un attimo a mercoledì primo novembre, il giorno della sfida con il Manchester, stavolta non per parlare della tanto bella quanto sfortunata partita tra due squadre che hanno dato spettacolo, ma per raccontare un grave fatto di cronaca successo alla vigilia del match.
La serata di Champions si è macchiata di sangue per colpa di un gruppo di "tifosi" (ma è ancora giusto chiamarli cosi?) napoletani, giovanissimi e violenti, che nella tarda serata di martedì hanno inseguito e aggredito quattro supporters del Manchester City, giunti a Napoli per assistere alla partita della loro squadra contro quella allenata da Sarri. In seguito, la baby gang, evidentemente non paga, si è scagliata anche contro un malcapitato ristoratore che aveva cercato di nascondere e mettere in salvo i tifosi dei Citizens, il tutto nel centralissimo quartiere di Santa Lucia.
Il bilancio della notte di violenza è davvero impietoso, ma la verità è che questi elementi non meriterebbero neanche l'appellativo di tifosi, perchè nulla hanno a che fare con le vere passioni legate allo sport.
Solo poco tempo fa si è consumata la storia degli ultrà della Lazio e degli squallidi adesivi di Anna Frank, di cui tanto si è discusso e che ha spronato il mondo del calcio ad una, almeno apparente, sensibilizzazione. Ma è evidente come, a ormai fine 2017, lo sport (e in particolare il calcio) in Italia sia visto da un gran numero di persone come un mero pretesto per esibire comportamenti criminali. Parliamo di una sparuta minoranza di teppisti che sfruttano il contesto di una partita (fino a prova contraria, un momento di festa e divertimento) come scusa per dar vita ad espisodi vergognosi e violenti, rubando troppo spesso la scena al vero spettacolo, quello sportivo.
Certo, non va fatta di tutta l'erba un fascio: mai come in questi casi devono essere ancor più tutelati i veri tifosi, quelli che lo stadio lo frequentano per sostenere la squadra o per passare novanta minuti di spensieratezza con amici o famiglia, ma è altrettanto preoccupante il numero di brutti episodi registrati in questi ultimi tempi.
Quale può essere, dunque, la soluzione? Sarebbe da prendere come esempio il modello americano del basket NBA, dove qualsiasi caso di violenza gratutita, che sia fisica o verbale come un coro razzista, porta allo stop immediato dell'attività della Lega, per far capire agli ignoranti del caso di non essere più i benvenuti nei palazzetti dello sport. 
In Italia la storia è diversa. Servirebbe, forse, una maggiore sensibilizzazione all'educazione dei tifosi, specie i più giovani. Una consapevolezza più forte da parte degli uomini che fanno grande questo sport, come calciatori, allenatori e presidenti (vero Lotito?), che dovrebbero impegnarsi a sfruttare in maniera più profonda il ruolo sociale che gli compete e condannare, prima di tutti, gli episodi di violenza che avvengono dentro e fuori gli stadi. Troppo spesso, infatti, ci si limita a rilasciare scontate dichiarazioni di circostanza per commentare quello che è già accaduto, anziché impegnarsi veramente per cambiare le cose. Più rigore nei comportamenti, dunque, e controlli severi dentro e fuori il campo per evitare che i teppisti l'abbiano vinta.

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