Via Tavecchio e la sua corte dei miracol

Nel giorno della resa dei conti, Gian Piero Ventura, il c.t., è stato messo alla porta. Con dispiacere, affetto, stima, perché uomo e tecnico meritano attenzione: la Nazionale è scarsa (anche se fosse andata ai Mondiali), lui non lo è. Forse era più forte della Svezia, ma questo è un esercizio inutile. Siccome in Russia devono andarci i fratelloni goffi di Ibra è giusto che ventura paghi il conto, che gli ha presentato Carlo Tavecchio, il presidente federale che l’ha scelto. Ma qui bisognerebbe risolvere un altro problema: che fine faranno Tavecchio e la sua corte dei miracoli, ovvero il consiglio federale in carica? L’uomo è scaltro, è un furbacchione, non si fa abbattere facilmente, libero docente in sotterfugi, non ha lo stile di Abete che andò via dopo l’uscita dai Mondiali brasiliano, basta ricordare la resistenza di Tavecchio quando tra un «Optì Pobà e banane mangiate...» seppe saltare sopra un’ondata mediatica, unanime e motivata contro di lui. Non fece una piega. Ma adesso? Il presidente del Coni, Giovanni Malagò, l’autorità sportiva, gli ha già fatto capire con eleganza che all’eventuale flop mondiale devono seguire le sue dimissioni. Tavecchio non ci pensa proprio, anzi vorrebbe rilanciare andando a cercare nell’ordine Ancelotti, Conte e Mancini come c.t. Per favore, ci risparmi gli annunci. E vada via, senza commentare. Anche una sillaba pronunciata da Tavecchio sarebbe di troppo.

 

 

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